Non amo il termine “terapia di coppia”: è difficile per me immaginare una coppia “malata”. Ma conosco bene il dolore di non capirsi più, di litigi che si fanno estenuanti e senza speranza, e di sentirsi alla fine soli accanto a chi si ama. È come sentirsi costretti in un angolo: ci fa sentire impauriti, e senza valore. E arrabbiati: cerchiamo di far capire al nostro partner cosa proviamo, cosa vogliamo – vorremmo sentirlo lì per noi, ma più proviamo, più finiamo per sentirci lontani, in un circolo che non sembra avere soluzioni.
Il conflitto in una coppia non è una malattia – è il tentativo, talvolta di sperato, di ritrovarsi.
Per questo preferisco il termine “consulenza di coppia”, perché non si tratta di “curare”, ma di eliminare gli ostacoli che impediscono solo momentaneamente al legame di attaccamento con chi amiamo di essere la base sicura su cui contare.
Ci sono molti falsi miti circa la consulenza di coppia.
In una consulenza di coppia, il terapeuta cerca chi ha ragione e chi ha torto.
La consulenza di coppia è per ogni coppia, etero o omosessuale, monogama o non-monogama, e per ogni gruppo sociale o etnia.
In una consulenza di coppia, il terapeuta non dà soluzioni: ha di fronte adulti capaci di trovare il meglio per loro.
In una consulenza di coppia, non si “impara” semplicemente a comunicare, si sperimenta la sicurezza di poter condividere quello che proviamo con chi amiamo. Mostriamo noi stessi e i motivi più profondi delle nostre azioni e dei nostri pensieri. Ritroviamo la fiducia di essere l’uno per l’altro.
E torniamo a incontrarci, così come siamo.
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